Iran, Israele e Stati Uniti: come una guerra regionale diventa crisi globale

Una metaniera con i serbatoi sferici ormeggiata al terminale di gas liquefatto di Ras Laffan, in Qatar, con torce accese sulle piattaforme lungo la diga

A Islamabad, nove giorni dopo i primi attacchi americani e israeliani contro l’Iran, il primo ministro Shehbaz Sharif annunciò in un discorso alla nazione un piano per risparmiare carburante: uffici pubblici aperti quattro giorni alla settimana, metà dei dipendenti pubblici al lavoro da casa, scuole chiuse per due settimane, lezioni universitarie a distanza e parte delle auto di servizio ferme. Era il 9 marzo 2026. Il Pakistan non partecipava alla guerra, ma comprava petrolio e gas liquefatto che arrivano dal Golfo, e il governo aveva appena alzato i prezzi di benzina e gasolio.

Aggiornato il 2 novembre 2026

Una guerra regionale diventa crisi globale quando colpisce le connessioni da cui dipendono Paesi lontani: energia, prezzi, bilanci pubblici, alleanze. Quella aperta dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran del 28 febbraio 2026 ha seguito questa strada: la quasi chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto salire petrolio e gas, ha spinto la Banca centrale europea ad alzare i tassi e ha diviso gli alleati di Washington. Le tappe militari sono in Guerra ombra fra Iran, Israele e Stati Uniti: le tappe fino allo scontro diretto, il traffico nello stretto e le rotte alternative in Geopolitica delle rotte: stretti, canali e porti da Hormuz al Mar Rosso; questa pagina segue gli effetti fuori dalla regione.

In breve

  • Una guerra diventa crisi globale attraverso le connessioni: energia, prezzi, banche centrali, alleanze, sanzioni.
  • Petrolio: secondo le medie mensili dell’EIA il Brent è passato da 70,9 dollari al barile nel febbraio 2026 a 117,3 in aprile; è sceso a 83,8 in luglio ed è risalito a 114,2 in settembre.
  • Gas: il Qatar, che esporta attraverso Hormuz, dal marzo 2026 ha cancellato consegne a clienti in Asia e in Europa; a fine ottobre la sospensione era prorogata fino a dicembre.
  • Alleanze: a marzo quasi tutti gli alleati che risposero all’appello di Washington esclusero o rinviarono l’invio di navi a Hormuz; Pechino ha scelto la diplomazia, Mosca ha incassato di più dal petrolio.
  • Al 2 novembre 2026 il blocco navale statunitense dei porti iraniani era in vigore e nessun accordo per riaprire lo stretto era stato firmato.

Che differenza c’è fra crisi globale e guerra mondiale?

Una guerra mondiale coinvolge molti Stati e molti teatri; per uno shock economico internazionale basta molto meno. Un’interruzione delle esportazioni energetiche cambia i prezzi ovunque, una rotta insicura cambia le decisioni di armatori e assicuratori, un attacco a una base statunitense coinvolge il Paese che la ospita, un rincaro del petrolio entra nell’inflazione e nelle scelte delle banche centrali. Nel rapporto di aprile 2026 sull’economia mondiale, dal titolo «L’economia globale all’ombra della guerra», il Fondo monetario internazionale ha abbassato la previsione di crescita mondiale per il 2026 al 3,1 per cento, dal 3,3 indicato a gennaio, e lo ha fatto nell’ipotesi di un conflitto limitato per durata ed estensione. Nel rapporto di ottobre la previsione è rimasta al 3,1 per cento, a condizione che il conflitto non si aggravi e che i mercati dell’energia tornino gradualmente alla normalità, mentre l’inflazione mondiale è stimata al 4,7 per cento.

Come arriva la guerra nei prezzi e nei tassi d’interesse?

Secondo l’EIA, l’agenzia statunitense per l’informazione energetica, nel 2024 da Hormuz passavano circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi, un quinto dei consumi mondiali, e circa un quinto del commercio mondiale di gas liquefatto, in gran parte qatariota. I prezzi però si muovono con le notizie militari e diplomatiche più che con i barili effettivamente fermi, perché gli operatori valutano la probabilità di nuove interruzioni, i premi assicurativi, la disponibilità di petroliere. Secondo le medie mensili dell’EIA il Brent valeva 70,9 dollari al barile nel febbraio 2026 e 117,3 in aprile, il mese in cui cominciò il blocco navale americano dei porti iraniani; scese a 85,4 in giugno e a 83,8 in luglio, dopo il memorandum firmato il 17 e 18 giugno da Stati Uniti e Iran con la mediazione del Pakistan. L’8 luglio, ad Ankara, dove partecipava al vertice della NATO, Trump disse di considerare finita la tregua; il 14 il blocco riprese, e in settembre la media era di nuovo a 114,2.

Grafico a linea del prezzo medio mensile del petrolio Brent: intorno ai 60-80 dollari nel 2025, oltre 117 in aprile 2026, sotto 85 fra giugno e luglio e di nuovo a 114 in settembre
Prezzo medio mensile del petrolio Brent, gennaio 2025 – settembre 2026, con le date della guerra, del blocco navale statunitense e dei rialzi dei tassi della BCE. Dati: U.S. Energy Information Administration, diffusi il 28 ottobre 2026 e letti il 2 novembre 2026; grafico: Storie di Confine.

Il gas liquefatto ha colpito più duramente i Paesi che possono pagarlo poco. Il 26 marzo, secondo analisti citati dalla Reuters, il prezzo del gas liquefatto in Asia era salito del 143 per cento rispetto al 28 febbraio. QatarEnergy ha cancellato consegne mese dopo mese: a fine settembre, secondo la Reuters, aveva avvisato i clienti di Pakistan e Bangladesh che le cancellazioni sarebbero proseguite fino a novembre, e il 27 ottobre Edison ha comunicato, sulla piattaforma del Gestore dei mercati energetici, che la forza maggiore sulle forniture di gas liquefatto alla società italiana era stata prorogata alla fine di dicembre; secondo Edison, citata dalla Reuters, la proroga coinvolge altri tre carichi. Il mercato è unico, e quando un carico qatariota non parte i compratori asiatici cercano le stesse navi su cui conta l’Europa, come mostra Crisi energetica europea: cosa rivela lo shock di Hormuz.

Dai prezzi la crisi è passata alla politica monetaria. L’11 giugno 2026 la Banca centrale europea alzò i tassi per la prima volta dal 2023, portando quello sui depositi al 2,25 per cento, e il 10 settembre al 2,50. Il 29 ottobre li ha lasciati invariati, dopo aver discusso un nuovo rialzo, con un’inflazione nell’area dell’euro salita in settembre al 3,8 per cento e i prezzi dell’energia cresciuti del 18,9 per cento in un anno.

Il documento

«I rischi per le prospettive di inflazione sono orientati al rialzo, in particolare a causa del conflitto in Medio Oriente e degli sviluppi recenti della guerra ingiustificata della Russia contro l’Ucraina. Lo shock energetico potrebbe intensificarsi ancora e i suoi effetti sugli altri prezzi e sui salari potrebbero risultare più pronunciati di quanto atteso. In particolare, i prezzi del gas potrebbero aumentare nel caso di ulteriori interruzioni degli approvvigionamenti o di un inverno insolitamente rigido in concomitanza con ridotti livelli delle scorte. Il protrarsi di prezzi elevati dell’energia renderebbe più probabile un aumento generalizzato dell’inflazione attraverso effetti indiretti e di secondo impatto.»

Banca centrale europea, dichiarazione di politica monetaria letta da Christine Lagarde in conferenza stampa, Francoforte sul Meno, 29 ottobre 2026, dal testo italiano pubblicato dalla BCE.

Gli Stati del Golfo sono un blocco unico?

Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Bahrain, Kuwait e Oman hanno rapporti diversi con Iran e Stati Uniti: alcuni ospitano grandi basi americane, tutti dipendono dalla stabilità della regione per esportare energia, e la vicinanza impedisce loro di trattare Teheran come un problema eliminabile. Il Qatar ne è l’esempio più chiaro. Il 2 marzo gli attacchi iraniani contro Ras Laffan e Mesaieed fermarono la sua produzione di gas liquefatto; a giugno Doha era, con il Pakistan, fra i mediatori dei colloqui fra Stati Uniti e Iran che si tennero in Svizzera dopo il memorandum, e che secondo Gulf News produssero una linea di comunicazione diretta per evitare incidenti a Hormuz. Il Pakistan, che a marzo razionava il carburante, aveva mediato il memorandum di Islamabad; a nostro giudizio, per i Paesi che dipendono dall’energia del Golfo fermare la guerra è anzitutto un interesse economico.

Perché gli alleati non hanno seguito Washington a Hormuz?

Nel fine settimana del 14 e 15 marzo il presidente Donald Trump chiese a un gruppo di Paesi di mandare navi da guerra a proteggere la navigazione nello stretto; in un messaggio sui social aveva nominato, fra gli altri, Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito. Le risposte, raccolte dalla Reuters il 16 marzo, furono quasi tutte negative o prudenti. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius disse che la Germania non avrebbe partecipato militarmente: «Non è la nostra guerra, non l’abbiamo cominciata noi». Il primo ministro britannico Keir Starmer escluse una missione della NATO, pur dicendo di lavorare con altri Paesi a un piano credibile per riaprire lo stretto; l’Australia disse che non avrebbe inviato navi, il Giappone che per il momento non lo prevedeva, la Corea del Sud che avrebbe deciso dopo un esame, e il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani indicò la via diplomatica, ricordando che l’Italia non aveva missioni navali estendibili all’area. A Bruxelles si discuteva di rafforzare Aspides, la missione europea creata nel 2024 contro gli attacchi degli Huthi nel Mar Rosso, non di portarla a Hormuz.

Nella nostra lettura, gli alleati condividevano l’interesse per uno stretto aperto ma non volevano pagare il costo militare di riaprirlo durante una guerra che non avevano deciso: la protezione della navigazione, che tutti dichiarano di sostenere, è diventata una trattativa su chi debba correre il rischio.

Come si sono mosse Cina e Russia?

La Cina compra petrolio iraniano nonostante le sanzioni americane e, secondo la società di analisi Kpler citata dall’AFP, riceve dal Medio Oriente più della metà del greggio che importa via mare, in gran parte attraverso Hormuz. Il 6 maggio 2026, ricevendo a Pechino il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri Wang Yi promise che la Cina avrebbe avuto «un ruolo maggiore» nel riportare la pace e auspicò che le parti rispondessero «il prima possibile» all’appello della comunità internazionale per una navigazione normale e sicura nello stretto. La Cina non ha inviato navi da guerra a Hormuz.

Alla Russia la guerra ha portato soprattutto entrate. Il 12 marzo il Tesoro americano autorizzò per trenta giorni la consegna e la vendita del petrolio russo già caricato sulle navi, per frenare i prezzi; il segretario al Tesoro Scott Bessent la definì una misura «mirata» e «di breve periodo». Secondo dati Bloomberg ripresi dalla Chatham House, nella settimana conclusa il 5 aprile gli incassi russi dall’export di petrolio furono i più alti dal giugno 2022. Per alcune settimane la guerra ha così allentato la pressione su Mosca; il costo che le sanzioni impongono anche a chi le applica è uno dei limiti discussi in Sanzioni economiche internazionali: come funzionano e quando sono efficaci. Nelle fonti consultate non risulta che Mosca o Pechino siano intervenute militarmente a fianco di Teheran.

Che cosa rivela la guerra sull’ordine internazionale?

La nostra interpretazione è che la guerra mostri alcune delle trasformazioni descritte in Nuovo ordine globale: il mondo dopo l’Occidente, senza provare un crollo dell’ordine internazionale. Potere militare, peso economico, energia e alleanze non stanno più nelle mani dello stesso attore: Washington ha la forza ma non controlla i partner, Pechino ha il commercio ma non offre sicurezza, i Paesi del Golfo cercano la protezione americana e insieme rapporti con Pechino e Teheran. Per questo una crisi nel Golfo è più difficile da contenere entro la regione.

Al 2 novembre 2026 il blocco navale americano dei porti iraniani, ripreso il 14 luglio, era in vigore, nessun accordo per riaprire lo stretto era stato firmato e i negoziati indiretti, attraverso mediatori, continuavano. Il 15 ottobre, presentando le previsioni per il Medio Oriente, il direttore del dipartimento del Fondo monetario internazionale per la regione, Jihad Azour, spiegò su quale ipotesi poggiava la ripresa attesa per il 2027: commerci e navigazione tornati alla normalità nel primo trimestre dell’anno, esportazioni normalizzate verso la metà.

Fonti e letture

Dati aggiornati al 2 novembre 2026.

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